La medicina è una scienza naturale, ma, anche,
antropologica. Non è solo un fenomeno biologico, ma, contemporaneamente, un
evento psichico, sociale e spirituale. Come nell’esistenza umana, anche nella
medicina convivono vulnerabilità e integrità, autonomia e eteronomia, rispetto
e perdita di dignità. L’esistenza umana è breve, fragile, vulnerabile.
Giornalmente ne abbiamo testimonianza. Ha generato voci dissonanti e pareri
discordi il caso della donna di 48 anni, residente a Treviso, affetta da una
malattia degenerativa. Ha affidato al marito, nominato amministratore di
sostegno, le sue volontà: « Non voglio
che la mia esistenza venga prolungata, se sono senza speranza ».
Ha chiesto al giudice il permesso di non
utilizzare, in caso di necessità, i farmaci e il magistrato ha accolto la sua
volontà. Questo giudice ha accettato ciò che molti non riescono neppure a
concepire. Ha sconfitto la vulnerabilità, il dolore e la fragilità, restituendo
dignità alla persona. Che cos’è, infatti, la dignità? Secondo Pico della
Mirandola nel suo famoso saggio De dignitate hominis (1486) essa consiste nella
natura indeterminata dell’uomo, nella sua possibilità di modificarsi. Questa
possibilità o mobilità, secondo il pensatore rinascimentale, è fonte di rigenerazione
o di degenerazione ( malattia degenerativa per l’anima?), è una chance e un
rischio e, in quanto tale, produce un altro elemento di vulnerabilità. L’uomo
modifica la sua natura attraverso la tecnica, che significa anche la sua
dignità o umanità. Ma chi può dire che questo progresso creativo e soprattutto
il modo in cui viene realizzato e utilizzato siano sempre buoni? Come si
comporta il diritto? Cosa stabilisce, al riguardo, la normativa, soprattutto,
quella europea? Alla luce della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea le posizioni specifiche collegate di volta in volta alla dignità sono
assai varie e complesse. Rischiano di far perdere il riferimento alla dignità
intesa quale valore “indivisibile e universale”. E la Corte di giustizia pare
rinunciare a trovare (e imporre) un significato univoco di dignità,
accettandola in termini di concetto plurale. Pur non figurando espressamente
nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (Cedu), la
dignità appare in alcune sentenze della Corte di Strasburgo che ne tratta
principalmente in riferimento al trattamento di detenuti e immigrati, al
diritto ad un processo giusto e in tempi ragionevoli, al divieto di tortura e
di ogni condotta degradante. Lo stesso concetto di dignità, invece, non trova
riscontro nei temi di frontiera in campo medico o biomedico coperti dalla Cedu.
In un famoso caso di fine-vita, ad esempio, una ricorrente ( Diane Pretty)
chiese di essere assistita dal marito nel porre termine alla propria vita a
seguito delle condizioni patologiche che le procuravano uno stato di sofferenza
ritenuto non dignitoso ( ricorda il recente caso di Treviso). La Corte, pure,
non fece alcun riferimento alla dignità e ritenne che il divieto di assistenza
al suicidio in tale condizione non costituisse violazione di alcun diritto
della Cedu. Potrebbe dirsi, allora, che in quanto tale la dignità in sé
considerata non pare nemmeno in prospettiva costituire univocamente oggetto di
un diritto soggettivo ai sensi del diritto costituzionale comunitario. In
questo senso, l’obiettivo di collegare dignità e vita (biologica), estendendo
la titolarità della prima e rendendovi partecipi anche i non nati, si scontra
con la difficoltà di individuare un contenuto apprezzabile in termini di protezione.
Se in termini generali, fatichiamo ad individuare un biodiritto europeo che
possa trovare attorno al concetto di dignità una qualche omogeneità
complessiva, a livello nazionale ci si potrebbe attendere maggiore chiarezza.
Chiarezza che nei fatti non c’è. Perché questa diffidenza? La medicina, come la
vita in generale, senza la fiducia non è possibile. Allo stesso modo è
fondamentale il rispetto per la dignità personale, perché l’autonomia si può
diminuire, mentre non viene diminuita la dignità. Concludo con le parole del
poeta Rilke: «Oh Signore, dà a ciascuno
la sua propria morte, quella morte che viene da una vita in cui si è trovato
amore, senso e pena ».
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