domenica 5 gennaio 2014

DIRITTO A MORIRE



La medicina è una scienza naturale, ma, anche, antropologica. Non è solo un fenomeno biologico, ma, contemporaneamente, un evento psichico, sociale e spirituale. Come nell’esistenza umana, anche nella medicina convivono vulnerabilità e integrità, autonomia e eteronomia, rispetto e perdita di dignità. L’esistenza umana è breve, fragile, vulnerabile. Giornalmente ne abbiamo testimonianza. Ha generato voci dissonanti e pareri discordi il caso della donna di 48 anni, residente a Treviso, affetta da una malattia degenerativa. Ha affidato al marito, nominato amministratore di sostegno, le sue volontà: « Non voglio che la mia esistenza venga prolungata, se sono senza speranza ».
Ha chiesto al giudice il permesso di non utilizzare, in caso di necessità, i farmaci e il magistrato ha accolto la sua volontà. Questo giudice ha accettato ciò che molti non riescono neppure a concepire. Ha sconfitto la vulnerabilità, il dolore e la fragilità, restituendo dignità alla persona. Che cos’è, infatti, la dignità? Secondo Pico della Mirandola nel suo famoso saggio De dignitate hominis (1486) essa consiste nella natura indeterminata dell’uomo, nella sua possibilità di modificarsi. Questa possibilità o mobilità, secondo il pensatore rinascimentale, è fonte di rigenerazione o di degenerazione ( malattia degenerativa per l’anima?), è una chance e un rischio e, in quanto tale, produce un altro elemento di vulnerabilità. L’uomo modifica la sua natura attraverso la tecnica, che significa anche la sua dignità o umanità. Ma chi può dire che questo progresso creativo e soprattutto il modo in cui viene realizzato e utilizzato siano sempre buoni? Come si comporta il diritto? Cosa stabilisce, al riguardo, la normativa, soprattutto, quella europea? Alla luce della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea le posizioni specifiche collegate di volta in volta alla dignità sono assai varie e complesse. Rischiano di far perdere il riferimento alla dignità intesa quale valore “indivisibile e universale”. E la Corte di giustizia pare rinunciare a trovare (e imporre) un significato univoco di dignità, accettandola in termini di concetto plurale. Pur non figurando espressamente nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (Cedu), la dignità appare in alcune sentenze della Corte di Strasburgo che ne tratta principalmente in riferimento al trattamento di detenuti e immigrati, al diritto ad un processo giusto e in tempi ragionevoli, al divieto di tortura e di ogni condotta degradante. Lo stesso concetto di dignità, invece, non trova riscontro nei temi di frontiera in campo medico o biomedico coperti dalla Cedu. In un famoso caso di fine-vita, ad esempio, una ricorrente ( Diane Pretty) chiese di essere assistita dal marito nel porre termine alla propria vita a seguito delle condizioni patologiche che le procuravano uno stato di sofferenza ritenuto non dignitoso ( ricorda il recente caso di Treviso). La Corte, pure, non fece alcun riferimento alla dignità e ritenne che il divieto di assistenza al suicidio in tale condizione non costituisse violazione di alcun diritto della Cedu. Potrebbe dirsi, allora, che in quanto tale la dignità in sé considerata non pare nemmeno in prospettiva costituire univocamente oggetto di un diritto soggettivo ai sensi del diritto costituzionale comunitario. In questo senso, l’obiettivo di collegare dignità e vita (biologica), estendendo la titolarità della prima e rendendovi partecipi anche i non nati, si scontra con la difficoltà di individuare un contenuto apprezzabile in termini di protezione. Se in termini generali, fatichiamo ad individuare un biodiritto europeo che possa trovare attorno al concetto di dignità una qualche omogeneità complessiva, a livello nazionale ci si potrebbe attendere maggiore chiarezza. Chiarezza che nei fatti non c’è. Perché questa diffidenza? La medicina, come la vita in generale, senza la fiducia non è possibile. Allo stesso modo è fondamentale il rispetto per la dignità personale, perché l’autonomia si può diminuire, mentre non viene diminuita la dignità. Concludo con le parole del poeta Rilke: «Oh Signore, dà a ciascuno la sua propria morte, quella morte che viene da una vita in cui si è trovato amore, senso e pena ».

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